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di Bepi Pezzulli - Milano Finanza

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Brexit: così l'uscita del Regno Unito ricompatta la Ue

05/06/2017 10:25

Londra legittima il suo modello liberista con la ricerca di giustizia sociale e l’Unione europea si appresta a intraprendere un percorso di riforma capace di superare i suoi evidenti squilibri

Theresa May rimette la politica al centro dell’azione di governo. Il Manifesto Tory con cui i conservatori si presentano all’elettorato britannico per chiederne la fiducia l’8 giugno è un documento che parla ai delusi e agli idealisti. Ai primi offre un patto sociale chiaro e senza ambiguità; ai secondi una suggestione o anche più: una visione. Il primo ministro torna ai valori tradizionali conservatori per rispondere ai dubbi di un Paese che chiede risposte su mondializzazione, disuguaglianze, inclusività, sviluppo.

Il tema centrale che legittima l’Uk indipendente in Europa è il concetto di giustizia sociale. May spiega che la ricerca della giustizia sociale può declinarsi secondo la formula liberista: a ciascuno secondo merito e capacità. O secondo la formula socialista: a ciascuno secondo i bisogni. Nella scelta tra meritocrazia e sicurezza sociale batte il cuore conservatore. May promette all’elettorato un futuro ferocemente meritocratico.

Ma, a differenza della compianta Lady Thatcher, che teorizzava l’inesistenza della società e il primato dell’individuo, May adotta toni centristi. Se l’Uk fa senza ambiguità la scelta di promuovere tagli fiscali, riduzione della spesa pubblica, incentivazione dell’investimento, liberalizzazioni, la premier garantisce gradualità. Con grande chiarezza e trasparenza i Tories si apprestano a svoltare a destra dopo l’esperienza moderata di David Cameron, con un percorso a tappe. Si tratta di una grande prova di expectation management. Ma è un programma condivisibile nelle premesse e nei toni.

Nell’eterna tensione tra meritocrazia e sicurezza sociale l’Uk sceglie di puntare su libertà, concorrenza e innovazione e di promuovere la mobilità sociale, per evitare che si sviluppino sacche di assistenzialismo e simulazione di bisogni in un Paese in cui si chiede alle imprese e agli individui - non già allo Stato - di creare ricchezza e occupazione. No a formule keynesiane 2.0 che oltrepassino quanto già in itinere sul lato ammodernamento delle infrastrutture: il progetto cross-rail, la rete ad alta velocità ferroviaria che unisce il Paese da nord a sud, è il più grande progetto infrastrutturale in Europa ma è al servizio di economie di efficienza.

In cambio il Paese offre a imprese e individui tagli fiscali e burocrazia zero. Insomma poco Stato, più mercato e una scommessa sulla curva di Kuznets. Il manifesto conservatore è coerente con il piano di sviluppo della City di Londra, primo contribuente britannico con un gettito fiscale di oltre 70 miliardi di sterlini, centrato attorno all’espansione della smart economy. Ed è in linea con le politiche della BoE; il governatore Carney presto promulgherà la nuova normativa di vigilanza che apre il sistema di pagamento alle società fintech. L’8 giugno sarà quindi per l’Uk l’opportunità di esprimersi su una soluzione di sistema all’ordine mondiale post-Brexit.

Nel frattempo Mario Draghi ha iniziato il conto alla rovescia. Il presidente Bce nel rilevare il miglioramento del quadro economico europeo e la sconfitta della deflazione ha di fatto annunciato la fine del Qe e il prevedibile inizio del tapering. L’impegno di balance sheet dell’Eurotower dovrebbe scendere entro fine anno di 20 miliardi al mese. La mossa di Draghi è stata ben compresa. Il premier Gentiloni ha aperto alla collaborazione con Macron per accelerare su unione bancaria, fiscale e di bilancio. Si tratta di un quadro incoraggiante; il completamento dell’integrazione europea consentirebbe il riequilibrio dell’economia italiana e il superamento del rischio-Paese. L’altra grande novità viene da Berlino; la cancelliera Merkel ha rotto un tabù e ammesso che l’elevato surplus commerciale tedesco è conseguenza di un euro troppo debole.





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