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di Katinka Brouwer, Lucas Bergkamp, Penelope Bergkamp, traduzione di Barbara Pianese

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Incoraggiare le porte girevoli tra politica e lobby

19/07/2016 17:50

La nomina dell'ex presidente della Commissione Ue Barroso a Goldman Sachs ha scatenato critiche ma il vero problema è la mancanza di trasparenza nel processo decisionale europeo.

Poco dopo la notizia dell’assunzione dell'ex commissario Neelie Kroes in Uber, il suo ex capo, José Manuel Barroso, ha annunciato la sua nomina a Goldman Sachs International in qualità di  presidente non esecutivo e advisor sul tema Brexit. Mentre la mossa di Kroes ha suscitato relativamente poca attenzione da parte dei media, quella di Barroso ha invece attirato molte critiche. Il segretario di Stato francese per gli Affari europei, Mathias Fekl, ha addirittura invitato Barroso a rinunciare all'incarico. A suo avviso, per l’ex premier portoghese si configura un errore morale e politico alla luce del ruolo che ha avuto la banca nella crisi del debito greco e a causa dei sentimenti anti-europei che potrebbero derivare dalla scelta.

Anche se l'appello del politico francese potrebbe mirare a distogliere l'attenzione dalle recenti proteste rispetto alla remunerazione del parrucchiere personale del presidente François Hollande, il governo francese sembra convinto della necessità di modificare il codice di condotta dei membri della Commissione europea per evitare del tutto assunzioni nel settore privato in futuro.

È stato anche fatto riferimento all'impossibilità legale da parte di Barroso di accettare il nuovo incarico. In realtà il politico ha rispettato il periodo di 18 mesi durante il quale non è permesso a ex Commissari europei di intentare azioni di "lobby nei confronti di membri della Commissione Ue e del loro staff" perorando la causa del proprio business o del proprio datore di lavoro.

Nonostante il rispetto di questa condizione, altre tesi sostengono che altri e più generali obblighi renderebbero più difficile per un ex commissario accettare determinati incarichi nel settore privato. In particolare si è fatto riferimento all'impegno "a promuovere l’interesse generale dell’Unione e intraprendere iniziative appropriate fino alla fine".

Quello che i detrattori di Barroso non menzionano, però, è che quest'obbligo si applica alla Commissione in quanto istituzione e non ai singoli commissari dopo la fine del loro mandato. Altre disposizioni concernono il dovere a "comportarsi in maniera integra e discreta in merito all’accettazione (...) di alcuni benefit o nomine" e  a "non rilevare informazioni coperte dall’obbligo del segreto professionale".

Ma, contrariamente a quanto suggerito dai detrattori di Barroso, questi obblighi non prevedono che un ex commissario si astenga dal cercare o accettare posizioni lavorative nel settore privato. Quello che veramente conta è il comportamento che attuano nei loro successivi incarichi.

Inoltre, piuttosto che cercare di dissuadere alti funzionari dall’accettare incarichi nel settore privato, l’Unione europea dovrebbe incoraggiare il cosiddetto meccanismo delle "porte girevoli", ovvero il movimento continuo di persone divise tra attività politica e attività di lobbying per conto di gruppi industriali. La qualità del processo decisionale, infatti, non potrà che migliorare grazie al coinvolgimento di funzionari con esperienza nel settore privato.

Intenzionalmente o meno, le richieste di regole più stringenti contro il conflitto di interessi sono solo dei sotterfugi per evitare di affrontare i reali problemi del progetto europeo come la mancanza di trasparenza nel processo decisionale. C’è, ad esempio, una giustificazione per tenere i colloqui tra Commissione, Consiglio e Parlamento a porte chiuse?

Questi incontri non sono previsti dai trattati Ue ma sono un’invenzione della burocrazia per evitare che l’opinione pubblica possa osservare il processo legislativo nei dettagli. Un importante antidoto ad indebite influenze nel processo decisionale europeo è invece rappresentato dall'aumento della trasparenza e della supervisione democratica.





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